Il vero fondatore del training di assertività si può considerare Salter, nel 1949. Wolpe (1958) considera l'assertività l'espressione di tutti i sentimenti, ad eccezione dell'ansia, ed enfatizza il ruolo dell'espressione spontanea dei sentimenti e delle opinioni, dell'improvvisazione, nonché l'uso del pronome personale "io" al posto della forma impersonale (Galeazzi e Franceschina, 2004).
Esprimere i propri sentimenti legittimi, ad esempio la collera, sempre nei limiti del rispetto, aiuta a indebolire il sentimento di paura, che fino ad allora aveva inibito l'espressione della collera stessa. Dietro a paure sociali, come quella di parlare in pubblico, ci sono altri sentimenti che la persona si vieta di riconoscere e di esprimere; il training propone quindi un allenamento a manifestare tutte quelle emozioni nascoste dietro comportamenti messi in atto proprio per contenerle.
L'assertività può essere definita come la capacità individuale di riconoscere le proprie esigenze (o i propri diritti) e di esprimerle con efficacia nel proprio ambiente, mantenendo nel contempo una positiva relazione con gli altri; oppure come la legittima e onesta espressione dei propri diritti, sentimenti, convincimenti e interessi, evitando la violazione o la negazione dei diritti degli altri.
Il training fornisce le strategie con le quali la persona impara ad esprimere in modo diretto, onesto e completo i propri pensieri (e diritti) in maniera socialmente accettabile, tenendo in debito conto i sentimenti e il benessere degli altri.
L'assertività rappresenta il nucleo centrale di molti trattamenti. Personalmente, come tanti autori, considero l'assertività un modo di essere e di pensare e non una tecnica.